Usa, allarme infezioni resistenti. Ricciardi, problema anche in Italia

altAllarme dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie Usa (Cdc) per una impennata sino al raddoppio dei casi di infezioni con i batteri del tipo CREs resistenti a tutti i tipi di antibiotici negli Stati Uniti. Chiamati CREs, ossia in sigla "enterobatteri resistenti agli antibiotici carbapenemici", questi batteri sono stati individuati in un crescente numero di ospedali, case di cure, case di riposo e così via. Dei 37 casi riportati dai Cdc ben 29 sono relativi ad infezioni con il grave batterio "New Deli metallo-beta-lactamase" per la prima volta individuato negli Usa nel 2010. Gli altri casi sono relativi a germi ancora più rari  tutti praticamente incurabili. Ma il problema è anche italiano come conferma a DoctorNews33 Walter Ricciardi (foto), Direttore dell''Istituto di Igiene dell''Università Cattolica di Roma: «Il fenomeno è già presente ed è in crescita significativa nelle unità di cure intensiva. Per affrontarlo» spiega l'infettivologo «è necessaria un'alleanza mondiale che coinvolga anche le aziende farmaceutiche, che al momento non investono più in ricerca e sviluppo nell'area degli antibiotici». Ricciardi è piuttosto scettico, però, sulla possibilità che il problema possa essere affrontato nella giusta maniera, quantomeno nello scenario italiano. «A livello globale "allarmi" come quello lanciato dai Cdc possono generare un movimento positivo per affrontare la questione e per trovare il giusto equilibrio tra fondi pubblici e privati. In Italia, purtroppo, la situazione è diversa» sottoline. «Il problema de lle infezioni ospedaliere non è nuovo ma non si riesce a far niente per affrontarlo nella maniera giusta. E l'attuale situazione politica paralizzata di sicuro non aiuta» conclude Ricciardi.

Marco Malagutti

Negli ultimi tre anni in Italia la percentuale dei pazienti colpiti da infezione nosocomiali da klebsiella che non rispondono agli antibiotici comunemente usati, e quindi a rischio di setticemia, è passata dal 15 al 27 per cento. Basta questo semplice dato, che fotografa una situazione nazionale, per capire quanto oggi occorra una grande attenzione nell'impiego di antibiotici, al fine di ridurre il rischio di comparsa di resistenze. "Questa armi molto potenti negli ultimi anni stanno sempre più perdendo d'efficacia a causa della progressiva selezione di popolazioni di microorganismi resistenti - spiega Francesco Scaglione, Direttore della scuola di Specializzazione in Farmacologia Medicia dell'Università di Milano". A mettere ansia sono soprattutto le infezioni da germi gram-negativi, come appunto la klebsiella, per i quali non esiste alcun nuovo farmaco efficace. Le cifre, in effetti, preoccupano. Negli ultimi quindici anni solo un nuovo antibiotico è stato messo a disposizione dalla ricerca per i gram-negativi. E addirittura negli ospedali per fronteggiare questi nemici si fa di nuovo ricorso ad un vecchio medicinale, la colistina, che era stato abbandonato decenni fa. Il problema è che le resistenze batteriche, in tema di infezioni nosocomiali, possono davvero creare difficoltà per chi si sottopone a cure che oggi consideriamo routinarie. Secondo Scaglione, infatti, nei pazienti in terapia intensiva, in quelli sottoposti a trapianto o a chemioterapia il rischio di infezioni è elevato e non avere a disposizione contromisure efficaci potrebbe rivelarsi estremamente pesante sotto il profilo dell'assistenza.

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