Dott.ssa Daniela Pelotti

FIBROMATOSI UTERINA E STATO INFIAMMATORIO CRONICO INTESTINALE.
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OGGETTO

La fibromatosi uterina è caratterizzata dalla crescita di leiomiomi, tumori benigni della muscolatura liscia dell’utero. E’ una patologia della donna molto frequente che porta spesso all’isterectomia. Può essere asintomatica o associata ad effetti di compressione a strutture adiacenti l’utero, a perdite ematiche vaginali atipiche, a metrorragie e menorragie, ad anemia ed infertilità1,2. Non si conosce l’eziopatogenesi precisa dei leiomiomi, tuttavia sembra evidente che essi si sviluppano da cloni di cellule con anomalie cromosomiche 3,4 e che la loro crescita è mediata dagli ormoni steroidei dell’ovaio 5 . Sembra che una esposizione a stati di iperestrogenismo causi lo sviluppo di leiomiomi in animali da esperimento6.
Attualmente gli agonisti del GnRH sono largamente usati nel trattamento della fibromatosi uterina. Essi inducono uno stato ipoestrogenico che porta ad una riduzione del 50% delle dimensioni dei miomi, ma gli effetti collaterali con sintomi simili alla menopausa che essi determinano, ne limitano l’uso a terapie della durata di tre, sei mesi 7.
Gli agonisti del GnRH sono usati in genere prima dell’isterectomia per ridurre le dimensioni dei miomi e per correggere eventuali stati anemici associati.
Il mio studio ha preso origine dalla constatazione che le pazienti con problemi di fibromatosi uterina presentavano caratteristiche comuni riconducibili alla presenza di segni clinici ed ecografici di colite. Uno stato infiammatorio cronico intestinale causato da una colite da intolleranza alimentare, può essere all’origine di una infiammazione ovarica e quindi di una disfunzione ormonale con iperestrogenismo assoluto o relativo. Tale situazione potrebbe determinare, in uteri geneticamente predisposti, la comparsa e lo sviluppo di leiomiomi. Lo scopo di questo studio è di verificare se la correzione di questo stato infiammatorio comporta miglioramento dei segni clinici soggettivi tipici della fibromatosi uterina e riscontri ecografici di inibizione della crescita dei leiomiomi.

MATERIALE E METODI
Ho considerato 45 donne (Gruppo 1) in età riproduttiva, che hanno frequentato il mio studio specialistico dal 1994 al novembre 1999, con diagnosi clinica ed ecografica di fibromatosi uterina. I criteri di inclusione nel gruppo di studio, comprendevano: volume dell’utero compreso tra 14 e 18 settimane di gravidanza all’esame pelvico bimanuale, assenza di calcificazioni nei leiomiomi documentata ecograficamente, esame citologico cervicale normale eseguito annualmente per ogni paziente, nessun sospetto di presenza di patologia maligna uterina o ovarica ad un esame obiettivo od ecografico, esclusione di premenopausa o menopausa (livelli di ormone follicolo-stimolante FSH inferiore a 30 mlU/ml), assenza di gravidanza o lattazione, presenza di sintomi significativi, quali dolore pelvico, menorragie. Tutte le pazienti in questo studio erano candidate all’isterectomia in considerazione delle dimensioni dell’utero e dei sintomi presentati.
Tutte le 45 pazienti sono state monitorate ogni tre mesi con ecografia addominale e pelvica (sonda da 3,5-MHz). Il volume dell’utero e dei miomi è stato calcolato ecograficamente con la formula D1x D2 x D3 x.5233 (D1, D2, e D3 rispettivamente sono il diametro longitudinale, trasverso ed anteroposteriore)8.
Ho considerato 20 pazienti, in età fertile, come gruppo di controllo (Gruppo 2), che non presentavano patologia dell’utero o delle ovaia o segni clinici ed ecografici di fibromatosi uterina. I due gruppi non differivano in età e parità.
Per ogni paziente è stata compilata una cartella clinica che raccoglieva i dati anamnestici personali e familiari, gli esami ematochimici routinari, ed è stata eseguita ecografia degli organi pelvici ed addominali, della tiroide e del seno con scadenza annuale per il Gruppo 2, ogni tre mesi per il Gruppo 1. I dati raccolti mettevano in evidenza come le ecografie pelviche ed addominali delle pazienti del Gruppo 1 erano sempre difficoltose rispetto a quelle del Gruppo 2, per la presenza di intenso meteorismo intestinale. L’ecostruttura tiroidea delle pazienti del Gruppo 1, appariva inoltre sempre e comunque disomogenea come per esprimere una carenza di iodio e poneva il sospetto di disfunzione della tiroide.
Una accurata indagine anamnestica di queste pazienti rivelava che esse avevano sofferto di gastroenterite sin da piccole, che avevano subito appendicectomie e tonsillectomie con una frequenza maggiore rispetto al gruppo di controllo, Gruppo 2, e che presentavano più spesso patologie gastrointestinali riferibili a colite, gastrite, dispepsie 9 o “colon irritabile”10.
Lo stato infiammatorio intestinale, rappresentato ecograficamente da intenso meteorismo, era, per le pazienti di Gruppo 1, cronico  non occasionale, essendo evidente ad ogni indagine ecografica. Escludendo i casi di colite da presenza di parassiti o infezioni intestinali occasionali, ho preso in considerazione la colite dovuta a una Reazione Avversa agli Alimenti (RAA)11,12. Le pazienti con intenso meteorismo intestinale possono essere considerate affette da colite da intolleranza e/o allergia alimentare: questa reazione è causata dal consumo di cibi nei confronti dei quali queste pazienti hanno una intolleranza; l’intensità di espressione della stessa è data dalla quantità e dalla frequenza con cui questi cibi vengono consumati. Gli alimenti ingeriti costituiscono una fonte potenziale di antigeni dai quali il canale digerente si protegge fisiologicamente con una serie di meccanismi aspecifici (muco, peristalsi, fagocitosi, relativa impermeabilità intestinale) e specifici (linfociti intraepiteliali e sintesi di IgA di mucosa). Questi meccanismi possono essere inefficienti e pertanto non svolgere più funzioni protettive nei confronti degli alimenti, con conseguente aumento del passaggio di macromolecole cui consegue tolleranza o sensibilizzazione (RAA).
L’intestino a seguito di una RAA si infiamma e l’alterazione della flora batterica intestinale che ne consegue, con prevalenza di batteri aerobi, comporta il meteorismo tipico degli stati di colite, evidenziabile ad una indagine ecografica. La funzionalità intestinale può essere così compromessa. Se questo stato infiammatorio intestinale, spesso asintomatico, perdura nel tempo, anche i processi di assimilazione possono essere compromessi. Il meteorismo intestinale potrebbe essere la causa di una deficiente o alterata assimilazione di iodio, e conseguentemente spiegare perché l’ecostruttura tiroidea delle pazienti con colite mostra segni di disomogeneità. Nelle pazienti del Gruppo 1, i dosaggi ormonali tiroidei nel sangue sono alterati solo nel 3% dei casi. La funzionalità tiroidea delle restanti pazienti (93 %) appare normale se si considerano i livelli di TSH; tuttavia l’ecostruttura tiroidea disomogenea di queste pazienti, rivela che la tiroide subisce temporanee e transitorie forme di disfunzione in relazione alla presenza o meno di disturbi intestinali. Da questa ipotesi deduco che le pazienti con ecostruttura tiroidea disomogenea possono essere considerate affette da colite da RAA.
La tiroide ha due funzioni:
1-    regola il metabolismo dei grassi;
2-    previene le infezioni delle vie aeree superiori.
Per questa ragione una relativa deficienza di iodio dovuta a malassorbimento da stato infiammatorio cronico intestinale, può causare un metabolismo dei lipidi più lento ed una tendenza a contrarre più facilmente infezioni del tratto respiratorio. Confrontate col gruppo di controllo, le pazienti con patologia benigna di fibromatosi dell’utero, mostrano infatti più frequentemente:
-    alterazioni del metabolismo lipidico con ipercolesterolemia e/o calcolosi della colecisti, ipertensione, familiarità per infarto, malattie cardiovascolari, obesità;
-    meiopragia per infezioni delle vie aeree superiori, maggior frequenza di tonsillectomie e malattie reumatiche e dell’emostasi;
-    malattie del sistema immunitario tra cui le allergie.
Il passo successivo per verificare questa ipotesi è stato quello di individuare gli alimenti o le sostanze allergiche responsabili delle RAA nelle pazienti del Gruppo 1 per sottoporle a una dieta specifica. Ho incontrato difficoltà nella diagnostica dell’allergia alimentare che presenta alcuni aspetti particolari, correlati da un lato alla notevole frequenza di reazioni avverse ad alimenti a patogenesi extra-immunologica e dall’altro alla deficiente caratterizzazione degli allergeni alimentari impiegati per i test diagnostici. Un’anamnesi ben condotta può fornire, in alcuni casi, elementi di sospetto molto indicativi poiché i test cutanei ed i test sierologici, per la ricerca di IgE specifiche, hanno spesso ridotta specificità e sensibilità. Per questo spesso è necessario ricorrere a diete di eliminazione. Con questo metodo la diagnosi di RAA viene posta tramite una dieta ristretta che esclude gli alimenti generalmente responsabili. Dopo tre settimane di dieta, la scomparsa o la significativa riduzione dei sintomi lamentati dal paziente e un’indagine ecografica che evidenzia la riduzione del meteorismo intestinale, rendono estremamente probabile la diagnosi di RAA12. Poiché la diagnosi di RAA con questa tecnica comporta per le pazienti una perdita di tempo (6 mesi) e il sacrificio di una dieta troppo stretta, quando anche le prove allergiche portano nella maggior parte dei casi a negatività dei test (tranne per le pazienti che risultano allergiche ai pollini per cui per una possibile cross-reattività tra pollini ed alimenti vegetali si può pensare di escludere dalla dieta tutti i cibi facenti parte di quel gruppo)13, mi sono avvalsa anche di un test che è utilizzato nella medicina omeopatica, rappresentato dal test VEGA o test riflesso vegetativo messo a punto in Germania dal Dr.Helmut W. Schimmel. 14.Anche se di dubbia validità, il test mi è stato di notevole aiuto e le pazienti hanno riscontrato affidabilità nel 78% dei casi.
I cibi verso i quali le pazienti sono intolleranti sono risultati essere ricorrentemente gli stessi: i cereali, il latte e latticini, alcuni tipi di frutta e di vegetali appartenenti alle graminacee. Ho definito quindi una dieta per tutte le pazienti facenti parte del Gruppo 1 che hanno accettato di aderirvi, che comprende l’assunzione a volontà di proteine di carne e di pesce, alcuni tipi di verdure crude e di frutta, di amido di patate al posto degli amidi dei cereali, l’esclusione di legumi, di verdure cotte, di minestroni e di latte e latticini ed assunzione solo di formaggio stagionato come il parmigiano.

RISULTATI
Delle 45 pazienti con fibromatosi uterina facenti parte del Gruppo 1, 38 pazienti hanno accettato e tentato di seguire la dieta; solo 28 sono riuscite a mantenerla. Dopo tre mesi di dieta stretta, queste 28 pazienti hanno avuto una significativa riduzione dei sintomi lamentati e scomparsa delle evidenze cliniche e diagnostiche di colite o gastrite, di anemia e metrorragia. Il ciclo mestruale, per chi presentava irregolarità, si è regolarizzato in quantità e durata. L’indagine ecografica addominale non ha più evidenziato l’intenso meteorismo e le immagini ecografiche sono apparse più nitide e gli organi pelvici, come l’utero e le ovaie, meglio definiti e meno edematosi. Inizialmente le pazienti hanno trovato difficoltà nel mantenere la dieta perché diversa dalle loro abitudini alimentari. Dopo le difficoltà iniziali, le pazienti stesse esaltavano questo tipo di dieta per il senso di benessere e di miglior efficienza fisica riscontrato. Quando le pazienti, dopo una dieta stretta, introducono un cibo verso cui sono intolleranti, esse avvertono immediate complicanze e sintomi di gonfiore e di difficoltà a digerire, di rigurgiti o di bruciori di stomaco, di debolezza e minor efficienza. C’è chi avverte pesantezza alle gambe o mal di testa. Ogni paziente può manifestare sintomi all’organo bersaglio che ereditariamente risulta essere il più delicato. Le pazienti imparano così a riconoscere autonomamente i cibi che non tollerano e a mettere in relazione la loro assunzione con la comparsa di alcuni loro disturbi.
Ho monitorato ogni tre mesi, ecograficamente, dal 1994 al 1999 tutte e 45 le pazienti del Gruppo 1.
Tra le 17 pazienti che non hanno accettato o non sono riuscite a seguire la dieta:
- 9 pazienti, di età superiore a 37 anni, hanno subito isterectomia totale per un aumento del volume uterino o dei miomi, ed un peggioramento dei sintomi (metrorragie, anemia), risultando inefficaci i tentativi di terapie mediche;
- 3 pazienti nullipare e di eta’ al di sotto dei 37anni, hanno subito miomectomia per la presenza di miomi circoscritti;
- 5 pazienti con una situazione stabile stazionaria hanno preferito tenere sotto controllo la patologia, in attesa di un aggravamento della situazione o dell’ingresso in menopausa.
Delle 28 pazienti che sono riuscite a cambiare le loro abitudini alimentari, seguendo la dieta ed introducendo solo saltuariamente cibi che non tollerano:
- 7 hanno ottenuto una remissione completa e totale dei sintomi ed una inibizione della crescita dei miomi e della fibromatosi uterina;
- 21 hanno ottenuto e stanno ottenendo una riduzione del volume dei singoli miomi e quindi un miglioramento della fibromatosi uterina. In alcune pazienti ciò si è verificato repentinamente, in altre in modo più lento, per alcune il volume si è ridotto del 30-50%, per altre del 70-90%.
 

CONCLUSIONI
La colite da intolleranza e/o allergia alimentare è uno stato infiammatorio cronico intestinale, a volte asintomatico, che può portare, in pazienti geneticamente predisposte, a disturbi cronici ovarici con iperestrogenismo assoluto o relativo e di conseguenza a fibromatosi uterina. Questo studio dimostra che alcune pazienti selezionate (quelle con utero di volume tra 14 e 18 settimane di gravidanza), che richiederebbero isterectomia per la presenza di fibromatosi uterina sintomatica, possono avere significativi benefici con una dieta che esclude alimenti ai quali queste pazienti risultano essere intolleranti. I benefici, per questo gruppo di pazienti, includono miglioramento dei segni clinici soggettivi tipici di questa patologia e riscontri ecografici di inibizione e regressione della crescita dei leiomiomi. Questo tipo di dieta comporta anche un miglioramento della funzionalità tiroidea verificabile sia ecograficamente che clinicamente.
La presenza di variabili non ben determinabili quantitativamente e qualitativamente, quali il grado di colite, e di risposta di intolleranza, il grado di assiduità e di affidabilità delle pazienti nel seguire la dieta, rendono difficoltosa l’elaborazione statistica dei dati ottenuti in questo studio, invito altri studi a conferma di queste mie prime osservazioni.


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